Meraviglioso mondo...


 Ho iniziato a vedere l’autostrada con occhi diversi da relativamente poco.

A bordo delle auto non si nota tanto: che siano i finestrini piccoli, la relativa sicurezza del mezzo, la velocità tipicamente alta o gli ingorghi che mettono il cattivo umore, questo non saprei dirlo. Sono certa soltanto che, in automobile, l’autostrada è tutto fuorché bella.

Durante i viaggi lunghi si sta male. O almeno si ha paura di stare male. Analizzando la situazione tipica, si parte la mattina ad un orario mai contemplato per tale azione - persino la sveglia è titubante al momento di suonare - e ci si mette alla guida in uno stato simile al coma.
La luce dà fastidio agli occhi, il silenzio è totale, si sbadiglia e si tengono gli occhi fissi all’asfalto per meccanismo automatico.

Si arriva ad un casello critico, con l’aiuto della dea bendata superandolo senza problemi, ci si ferma in autogrill per una breve sosta e si riparte, magari con un pochino di mal di testa ma comunque meglio di prima.

Si esce dall’autostrada e si ringrazia il cielo. Ed è giusto così, perché è stato l’ennesimo pessimo viaggio, tempo sprecato per andare dalla partenza all’arrivo. Che - in genere - sono due posti dello stesso squallore.


L’autostrada si usa anche per viaggi corti: ogni mattina, ad esempio, per andare al lavoro; oppure per tagliare corto in direzione del centro commerciale.
In entrambi i casi non c’è emozione; ci si è rassegnati prima della partenza. Si entra dal familiare casello di partenza, si disconnette la facoltà della memoria, si esce dall’altrettanto familiare casello di uscita e solo allora si preme nuovamente il tasto ‘rec’ della mente.
Forse, in questi viaggi, tra un sorpasso e l’altro si lancia qualche sguardo ai soliti particolari dell’infrastruttura in cui si è immersi: i graffiti sotto i cavalcavia; la riga nera di sporco, orizzontale alla base delle vetrate e verticale sulle pareti; le facciate grigiastre dei capannoni; le decorazioni delle barriere acustiche; chissà che altro. Ma non c’è bellezza, non c’è attrattiva in quello che gli occhi offrono. L’unica sensazione che si prova è una impellente voglia di uscirne al più presto, arrivare a destinazione e fare qualcos’altro in un altro posto.


Da relativamente poco, come dicevo, ho scoperto un terzo modo di viaggiare in autostrada, che ha cambiato il modo in cui la percepisco.

Con l’autobus.

No, non i mezzi delle gite scolastiche, non i flixbus o quelle altre strane navette che circolano ultimamente. Parlo del trasporto pubblico locale (milanese, perché non ho idea se esista e come sia altrove).

Accade così, in genere: si lascia la macchina in un parcheggio mega affollato e caotico (o, per chi ha più fortuna, in un parcheggio abbandonato dagli uomini e da Dio lontano da qualsiasi cosa) e si intraprende un lungo viaggio solitario a piedi. Si attraversano lunghi corridoi sotterranei, più o meno bui e più o meno stretti in base alla fermata; si giunge ad un bivio senza indicazioni, per cui si sbaglia direzione per le prime quindici volte almeno; delle scale, di cemento come il resto oppure di metallo, portano di nuovo al livello del suolo dove altre due persone attendono la prossima corsa sotto la pensilina di plexiglass.
Si controlla ripetutamente che il mezzo sia destinato a Milano o a Bergamo, che l’orario coincida con quello consultato sul sito. Poi si addocchia la panchina libera, ci si siede e si inizia a prestare attenzione all’ambiente circostante.
Primariamente si nota che, senza un motivo preciso (dato che si tratta di un’infrastruttura di recente costruzione), tutto pare in rovina. I muri e i pavimenti si sgretolano, l’erba cresce in ogni angolo; inoltre ci sono rifiuti ovunque. Una marea di mozziconi abbandonati contro il gradino del marciapiede, bottiglie di plastica accartocciate, volantini, sacchetti, confezioni illeggibili: un autentico orrore. Non solo per me, che sono ambientalista, ma per qualsiasi essere vivente dotato di occhi.
Ci si trova, tuttavia, in una giungla di guard-rail. Per questo nessuno delle migliaia di persone che passano in automobile lo può vedere. Il vento e la pioggia trasportano i rifiuti fino ai piedi di chi aspetta l’autostradale, nonostante dei signori vestiti di arancione e strisce riflettenti passino spesso a raccogliere il grosso con paletta e sacchetto.

Con il cuore spezzato per l’oscena visione che si sta avendo, si continua ad attendere questo autobus. È tra i più precisi che esistano: tranne, ovviamente, quando passa dieci minuti prima dell’orario stabilito o venti minuti in ritardo. Se, in uno dei viaggi intrapresi con questo peculiare mezzo di trasporto pubblico, dovesse capitare di restare imbottigliati nel traffico all’altezza dell’uscita di Milano si tenderà a perdonare più facilmente ogni tipo di ritardo. Non è colpa di nessuno, in fondo, ma solo toccando con mano la situazione lo si può comprendere. E sottolineo che non c’è solo male in questa eventualità: l’importante è sedersi sul lato destro, vicino al vetro laterale. Se ci si dovesse trovare fermi vicino a quei muri trasformati in vasi, sicuramente almeno un coleottero si appoggerà sul vetro e resterà immobile, opponendo resistenza al vento, anche quando il mezzo ricomincerà a muoversi: ecco un minuscolo abitante del gigantesco mondo dell’autostrada, un altro motivo di meraviglia.

Posso assicurare che non è qualcosa che capita spesso, al contrario di quanto io stessa pensavo da piccola. Comunque è consigliabile arrivare in fermata in anticipo di dieci minuti, piuttosto che in ritardo di sessanta secondi. Nonostante le difficoltà che ciò comporta. Sì, perché alla pensilina si incontra gente di tutte le fasce sociali: non parlo di soldi, parlo di facoltà mentali. C’è l’erudito, come me che scrivo e tu che leggi, che generalmente inganna il tempo grazie ad un libro (a volte io faccio anche l’uncinetto, ma non mi sembra una cosa che fanno tutti). C’è la persona normale, poi, che usa il telefono e magari risponde ai passanti che fanno le solite domande da turista confuso (quando passa? dove dova? come faccio ad andare a corso Buenos Aires da qui?). Infine ci sono tutti gli strani individui che, poverini, anche loro devono andare al lavoro da pendolari (ma il consiglio è, sono seria, fare finta che non esistano anche quando iniziano ad urlare per essere calcolati).

Il mio metodo per essere sempre nel giusto e comportarmi democraticamente è ignorare tutti alla pari, che siano bei ragazzi, aitanti fanciulle o carlini parlanti. Cuffie over-ear e musica rock aiutano molto, in questo senso.

Attenzione però: quando capita che la fermata si affolli - magari perché è saltata una corsa - le cuffione potrebbero non essere abbastanza per ignorare tutti. È consigliabile, in simili casi, assumere un atteggiamento religiosamente assorto. Io, personalmente, ho un vasto repertorio di pensieri tristi ai quali dedicarmi: mi donano l’espressione affranta al punto giusto, quella che scoraggia tutti gli esseri viventi dall’avvicinarsi.
Se tuttavia dovesse trattarsi di un giorno particolarmente felice, o semplicemente non si dovesse avere voglia di depressione senza valide motivazioni, il consiglio che voglio dare è di alzare gli occhi. Oltre il guard-rail, sopra la barriera acustica, più in alto dei lampioni: lassù c’è un paesaggio mozzafiato. Ci sono le montagne, lontano lontano, che si vedono stranamente bene; c’è il cielo incredibilmente limpido sopra di esse, e qualche innocuo batuffolo bianco praticamente allo zenit, sulla testa di chi osserva. La stessa persona, cioè, che ha alzato la testa come uno strambo; motivo per cui la folla ha lasciato qualche passo intorno a lui, come impaurita. La qual cosa è gradevolissima, proprio quello che si andava cercando.


Può succedere che il paesaggio sia tanto bello da scatenare nell’osservatore l’impulso di fotografarlo. Estrae quindi lo smartphone, avvia la fotocamera e… La richiude, intristito.
Il telefono vede tutto grigio, in quei momenti. Compare, nel suo schermo, un traliccio che era invisibile agli occhi umani: nel caso l’osservatore avesse scattato una fotografia, zoomando sulla bella montagna che aveva inteso immortalare, avrà persino la possibilità di contare uno ad uno i fili dell’alta tensione e di seguirne il percorso fino a fuori campo.
Forse l’occhio digitale trova tutto questo più “bello” di un paesaggio qualsiasi, con quel suo noioso verde acceso, quell’azzurro monotono e tutto il resto.


Il viaggiatore, a questo punto, si sente scoraggiato; per la precisione si rende conto di essere stretto nel grigio abbraccio del cemento armato, dell’asfalto drenante, dell’acciaio inossidabile e si sente soffocare. Soprattutto se, come la sottoscritta, vive in un adorabile paesino di campagna, in una casa che offre la vista sull’immenso giardino condominiale dalla facciata sud e sui campi coltivati dall’altra parte, quindi è abituato alla natura, al profumo di aria pulita, all'allegro cinguettare dei passeri e al frusciare del vento tra le fitte fronde degli alberi da frutto e le floride colture lombarde.

Manca sempre meno all’arrivo del mezzo: è sollevato da questo fatto, ma anche intristito dall’idea di dover tornare in quel medesimo luogo grigio, più tardi, per recuperare l'auto. Rivolge quindi l’attenzione a est (se deve andare verso Milano) nella speranza di vedere il bagliore arancione del display a led del bus.

I suoi occhi, però, vengono abbracciati da un altro splendido colore: il verde di una aiuola immensa. Sì, è uno spiazzo triangolare, in salita, che collega il cavalcavia al resto del mondo e che l’ente gestore dell’infrastruttura ha saggiamente scelto di lasciare ‘verde’.
C’è solo erbetta. Niente fiori, niente arbusti. Niente varietà - pare un campo da calcio per quanto è curata. E, posso assicurarlo, è una visione bellissima.
Forse perché non c’è spazzatura o ramoscelli morti? Non importa il motivo.
Accostata al marrone e al grigio di quello che la circonda, l’aiuola è uno spettacolo.
Sembra piccola, ma come tutto il resto in autostrada, è gigantesca rispetto ad un uomo a piedi.
Mentre realizza questo, l’osservatore - che ha trovato una corsa in ritardo, ma non se ne dispiace più - coglie l’aspetto più tremendo dell’autostrada. Innanzi a sé ha un guard-rail che gli arriva poco sotto le spalle. Non è l’altezza a colpirlo: è la sua lunghezza. Mentre ci si muove in macchina paiono corti… Dei giocattoli. Ma in realtà ci vogliono interi minuti per giungere da un capo all’altro di questi elementi. Dietro di essi è stata messa una fitta rete metallica, probabilmente allo scopo di proteggere i pendolari come lui: è composta di un filo spesso, rispetto alle solite reti che si vedono in giro, ma comunque dal diametro non superiore a tre o quattro millimetri.
Questa è una misura molto piccola. Non altrettanto piccoli sono i bulloni che solo adesso i suoi occhi mettono a fuoco, alla base del guard-rail (per ancorarlo a terra) o tra i vari elementi che lo costituiscono.
Le saldature al termine dello stesso sono rigorose, sottili: è spaventoso pensare che siano state fatte per gli infiniti chilometri dei quali l’autostrada si compone e che i guard-rail proteggono.
Altra cosa inaspettatamente gigantesca: i sassolini che, mescolati al bitume, rendono l’asfalto drenante. Non hanno nulla in comune con la ghiaietta che compone l’asfalto dei paesini e delle città; hanno un diametro di un paio di dita ciascuno, veramente esagerato. E che dire della lunghezza delle strisce discontinue tra le corsie? Sembrano tanto corte, quando si guida… Simili, ancora una volta, a quelle urbane. E invece non lo sono.
Sono smisurate anche le scritte dipinte a terra, il nome dell’uscita seguita dalla freccia a destra. Chi già lo sapeva ridacchia; chi non lo sa dice, che sarà mai?
Ma quando prenderà l’autostradale e lo toccherà con mano, credo che ripenserà alle mie parole e mi darà ragione.

In autostrada c’è un miscuglio di enormità e minutezza che disarma. La velocità sfuma, confonde, rimpicciolisce. Senza infrangere alcuna normativa, però, è possibile prendere le vere misure dell’incredibile infrastruttura che qualcuno ha creato per noi: basta aspettare l’autostradale. Anche se costa un occhio, può cambiare l’idea che si ha non solo dell’autostrada, ma dell’intero mondo contemporaneo: non è cosa da tutti i giorni.


Post scriptum: se mai il lettore dovesse viaggiare sull'A4, in un giorno di splendido sole, e si trovasse a passare tra il casello di Trezzo sull'Adda e quello di Cavenago/Cambiago, mi sento di raccomandargli di osservare con attenzione il paesaggio a nord, quindi a destra di chi va verso Milano e a sinistra di chi va verso Venezia.

Quel tratto di autostrada offre uno spettacolo ineguagliabile, a mio parere, che tutti dovrebbero vedere con i propri occhi almeno una volta nella vita: non si può fotografare, come ormai è chiaro, motivo per cui non posso allegare un jpeg.

Buon viaggio!


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