Basilea (oneshot)
Era una splendida giornata primaverile a Basilea.
Il sole era perfettamente perpendicolare al suolo, motivo per cui tutta la città sembrava sospesa in un’atmosfera leggerissima, completamente priva di gravità.
Quando una bava di vento gli ha sfiorato la guancia, Ernst ha chiuso gli occhi e si è lasciato cullare dalla cantilena del Reno e dal tepore del sole.
La tranquillità di quel luogo stava lenendo le ferite della sua anima: non si trattava di una pace totale, perché ovunque ci sia un uomo c’è almeno una lotta, ma la vita ordinaria era quanto gli serviva per rimettersi in forze.
Il Reno, più a nord, era stato per lui simbolo di sacrificio, di terrore e di vuoto. Era nelle sue acque che tanti, troppi suoi compagni erano scomparsi. Eppure, era grazie all’acqua del medesimo fiume che il suo squadrone aveva potuto sopravvivere, dissetarsi e lavarsi le ferite. Sì, lassù aveva visto questo corso farsi completamente scarlatto; ma a Basilea l’acqua era tersa ed invitante; sembrava memore della catastrofe, tanto la superficie era turbata dalle onde, ma conservava un nonsoché di dolce proprio di un infante ingenuo che ignora l’orrore o di un adulto rassegnato che dimentica per sopravvivere.
Bepo, il suo cane, ha interrotto il suo attimo di rapimento abbaiando e ringhiando. Ha udito una signora sospirare e quello che doveva essere suo marito borbottare: allora ha riaperto gli occhi, riportato la sigaretta alle labbra e si è diretto da lui, per fingere ancora una volta di mettergli il guinzaglio e salvarsi dalle lamentele dei civili.
Stava portando a spasso il cane da neppure venti minuti ed era già la terza volta che si distraeva, dimenticando per pochi fatali attimi il suo fedele compagno che immancabilmente si allontanava e si innervosiva, attirando l’attenzione dei passanti che lo incolpavano di non avergli messo il guinzaglio o la museruola, o di non prestare abbastanza attenzione, o generalmente di essere “strano” o addirittura “pazzo”.
Gli sembrava tanto ingiusto che i civili lo trattassero come un disadattato… Anzi, più che ingiusto gli sembrava paradossale: la vita pacifica - per ottenere la quale era dovuto andare al fronte ed “uscire di testa” - fiorisce sulle regole, buona parte delle quali impone di mentire e di vincere sui propri istinti. Quindi, effettivamente, la pace gli sembrava frutto di una enorme bugia. O almeno di un’omissione. E di conseguenza, la battaglia sempre viva dentro di lui avrebbe dovuto essere considerata simbolo di onestà, di genuinità; mica un errore da condannare o una malattia da curare.
Notando che i due civili, la signora abbigliata di rosso e il marito blu come la notte, si erano allontanati, ha alzato lo sguardo al cielo.
Un nembo si era frapposto tra lui e il sole: i suoi contorni frastagliati erano sottolineati dai raggi e la luce che ne scaturiva era vibrante, palpitante come una creatura vivente.
La natura, presente anche in una città popolosa come Basilea, sembrava chiamarlo con insistenza. E così come succede ad un uomo in vacanza, che vuole godere - all’imperativo - il riposo rigettando qualsasi richiamo alla sua occupazione, anche Ernst ha sentito un conato di rabbia nel realizzare che gli uccellini cantavano tanto sulle fronde tedesche quanto su quelle svizzere.
Ha lanciato delle rapide occhiate alle facciate degli edifici della città, regolari, colorate, con un senso ed un significato preciso dentro l’economia urbana.
Poi si è voltato ed è entrato bestemmiando in osteria.
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