Edifici come libri
Il mio bus sfreccia sulla circonvallazione.
Odio questo posto: ci troviamo alle porte della metropoli, quindi è tutto estremamente… Squallido. Gli edifici sono grigi, sia perché intonacati di questa tinta insapore, sia perché lerci a causa dello smog. E poi, essendo ancora inverno, gli alberi che li circondano sono spogli e di color beige. Il trionfo della mediocrità e della tristezza provinciale, insomma.
Sono stanca di tenere il capo chino sul cellulare: questo è il motivo per cui sto permettendo che simili sensazioni si insinuino nella mia anima attraverso il portale degli occhi. Perciò lontano, come una visione, riconosco la sagoma del centro commerciale che ho visitato tre volte dacché esisto, con tre persone diverse ma ugualmente importanti nella mia vita.
Poi, da subito oltre la barriera fonoassorbente a perdita d'occhio, scorgo unicamente alberi. Anzi, come dicevo, i loro scheletri sottili, bassi, uniformi, della stessa tinta del cielo soffocante che ci sovrasta. A seguire, una casupola… E un muro di cemento armato, spoglio e cadente.
La foresta - o qualsiasi cosa sia - termina con un taglio perpendicolare: dopo un prato c’è la strada, e dopo questa inizia il nucleo abitativo della città. Quella adiacente la metropoli, s’intende.
Dapprima sento crescere dentro di me un'indicibile sensazione di tristezza: qui c'è troppo asfalto, troppo vetro e gli alberi che ho visto sono tutti morti. Come a dire che i prossimi a cui tocca questa sorte dobbiamo per forza essere noi.
Eppure trovo le forze necessarie a non arrendermi; mi impongo di combattere questa melanconia, di oppormi ad essa e vincerla con qualche pensiero felice. Mi rivolgo allora ai balconi e alle finestre delle case, in cerca di segni di vita, magari di un pochino di felicità… E, con spavento, li trovo tutti vuoti.
Il mio pensiero vola immediatamente ai due balconi della mia vita. Quello del grosso condominio bianco in cui ho passato l'infanzia, arredato con un armadio grigio, un tavolo e delle sedie, sovente ingombro di stendipanni o cuscini a prendere aria e utile persino come magazzino per le arance, in inverno. E poi quello grigio e nero, piccolo e sporco della casa nuova, per fortuna spesso celato dalle lenzuola appese ad asciugare, e comunque ornato dal mio amato rosmarino.
Perché non c'è nulla su questi balconi metropolitani? Come fanno i milanesi ad asciugare le lenzuola?
Cerco affannosamente un mobile, una scatola, una bicicletta, una cartaccia che testimoni una qualsiasi forma di presenza umana dentro quei poderosi complessi. Eppure non la trovo. Non si scorge nemmeno una tenda dentro le finestre.
Com'è possibile? Dove sono finiti tutti..?
Mentre il bus supera il quartiere desolato ignorando il mio travaglio, io mi perdo sempre più nelle riflessioni e nei ricordi. Una volta l’assenza di umanità mi attirava, ispirava strani sentimenti in me che interpretavo come positivi. In effetti sono stata un'adolescente anch'io, come tutti affascinata da quei luoghi deserti che lasciano immaginare come sarà il mondo quando gli uomini finiranno i loro giorni da specie dominante sulla Terra. Ma, forse, ho avuto più “esperienza” di convivenza con luoghi abbandonati di molti altri ragazzini, tanto da… Stancarmene per sempre.
Non parlo delle visite virtuali che Google mi ha permesso di fare a Chernobyl, o nei paesi fantoccio al confine che divide le due Coree, o ancora nelle città israeliane-palestinesi distrutte dalla furia della guerra. Oggi parlo di qualcosa di meno doloroso, meno inquietante. E più personale.
Il primo luogo in rovina che mi è sovvenuto guardando il paesaggio da dietro l'esagerato vetro del bus è stato il gigantesco albergo che fa ombra alla casa dei nonni. Non è sempre stato lasciato a marcire come ora: i miei genitori hanno fatto il pranzo di nozze, lì, e i miei nonni stessi erano amici intimi del proprietario.
Quando quel gentile signore è passato a miglior vita è iniziato il declino per la struttura che governava, perché gli eredi hanno scelto progetti di ristrutturazione troppo ambiziosi che li hanno costretti ad abbandonare la loro opera architettonica ancora incompiuta.
Subito dietro di essa, poi, c’è il paesaggio più desolato che i miei giovani occhi abbiano potuto incontrare: un vivaio, ovvero una serie di piccole serre, lasciato in balìa di sé stesso. C’erano, mi ricordo, un gran numero di vasi rotti sopra e intorno alle tavolate, che si intravedevano dalle tende lacere o nei buchi formati dalle intemperie sulle volte di plexiglass che creavano il microclima per chissà quante spettacolari verdurine. Foglie, terra, l’immancabile spazzatura…
Sì, perché la zona in cui vivono i miei nonni è cambiata negli anni Ottanta, quando è stata costruita l’autostrada Milano-Venezia rovinando tutta l’area che la lambisce per diversi chilometri. Non si tratta solo della qualità dell’aria, del rumore continuo o dell’impatto visivo sul paesaggio. Si tratta di tutti quegli antiestetici guardrail e cavalcavia, del maledetto traffico che inquina e disturba e, soprattutto, dell’inciviltà (anche solo temporanea) di chi non si interessa di chi vive vicino all’uscita del casello, perché lo concepisce solamente come un pezzo di strada attraverso la quale sfrecciare per arrivare a destinazione o tornare a casa. E così bottiglie, sacchetti di ogni genere, mozziconi di sigaretta vengono trasportati dal vento fin dentro il vivaio deserto e tra le frasche del giardino dell’albergo lasciato a sé stesso.
Per non parlare dei rifiuti persi involontariamente dai viaggiatori: guanti, scarpe, giubbotti o anche solo pneumatici esplosi o pezzi degli stessi, puzzolente polvere di air-bag, schegge di fanali e di parabrezza…
Così le persone si sono trasferite altrove, gli edifici si sono fatti capannoni, centri commerciali e negozi di ogni tipo; di modo che i nonni si sono trovati all’esterno del cosiddetto “abitato”, vicini a spettacoli obbrobriosi con i quali nessuno vorrebbe convivere per più di venti minuti al giorno.
Il fatto che il trasporto pubblico rovini interi quartieri per portare tutte le persone vicine, in un punto preciso, mi scalda così tanto da farmi dimenticare che io stessa sono diretta a Cordusio, dove prenderò un tram che passa proprio davanti alla facciata del Duomo per portarmi a destinazione. E così continuo ad infervorarmi pensando all’edificio della succursale del mio liceo, abbandonato per problemi strutturali e mai ristrutturato per mancanza di fondi (l’insuperabile problema delle scuole pubbliche), compagno dei miei cinque anni di scuola anche e soprattutto perché una redattrice del giornalino scolastico ha il compito specifico di seguire gli studenti e comunicare agli “adulti” cosa li preoccupa.
Così ho composto prosa e poesia, satira e aperta critica sociale riguardo all’edificio abbandonato che ogni mattina mi dava il benvenuto a scuola, con le sue persiane socchiuse e scardinate, con le sue impalcature arrugginite, l’intonaco cadente che lasciava intravedere i mattoni, e soprattutto con le tegole del tetto che componevano un decoro simile alle dune del deserto, con zone completamente crollate e travi che resistevano ancora coraggiosamente alla forza di gravità e alle tarme.
Sì, studiare alla Villa Reale significa, alla fin fine, soprattutto questo: scoprire continuamente tracce di sontuosità e splendore… Sotto lo spesso strato di sudiciume portato dal tempo.
Ricordo meglio delle mie stesse foto di famiglia quello scatto in cui, negli anni - ancora una volta - Ottanta, i miei predecessori manifestavano fumando stravaccati sui gradini d’ingresso alla Villa, allora in stato di declino totale. Ricordo anche le foto che i miei colleghi dell’indirizzo multimediale avevano fatto in occasione di una provocatoria mostra in cui esponevano lo stato di degrado di quell’edificio con il tetto sfondato, fotografandosi l’un l’altro con gli elmetti arancioni e le scarpe antinfortunistiche, requisiti necessari per accedere all’area insieme a dei “permessi speciali”. La storia sembra ripetersi davvero ciclicamente; quella storia che ha portato ad abbandonare un’aula per via delle scale “non a norma”, che però non si possono aggiustare per il loro “valore culturale”... Quella stessa storia che, in concreto, ha svuotato la biblioteca scolastica di metà dei volumi che desideravo in prestito. E che ha riempito i suoi scaffali di polvere e di scatole vuote.
Mentre osservo la città sfilare fuori dal finestrino, ripenso ancora ai luoghi desolati che ho visto tra i tredici e i diciotto anni. Come quel piccolo tempio sulla sponda del lago artificiale dentro il Parco nel quale io e uno dei miei ragazzini cercavamo rifugio dal tempo avverso, le cui colonne imbrattavamo con le nostre iniziali, e che trovavo sigillato con il nastro bianco e rosso pochi mesi dopo, quando la nostra storia era già terminata, apparentemente per darmi un messaggio sconfortante.
O anche come il piccolo villaggio recintato che ho incontrato una sola volta nella vita, quando dentro quel medesimo Parco mi sono persa e ho potuto usarlo come punto di riferimento per orientarmi. Sì, più o meno, perché dagli amici al telefono mi è stato risposto: “E quali casette abbandonate? Ce ne saranno a decine qui”.
In effetti, non molto tempo prima io stessa avevo visto un simile agglomerato di edifici, in montagna: si trattava di una città assurda, costruita tutta insieme d’improvviso e altrettanto improvvisamente lasciata al suo destino, ovvero ad essere imbrattata, sporcata e visitata da centinaia di fotografi in erba che si divertono a mettere a fuoco i sedili scuoiati di un furgone abbandonato, il cesso di una microscopica toilette senza più la porta, o le inferriate divelte di un giardino.
Non mi era proprio piaciuta l’aria di quel luogo, fredda come la morte. E mi sono spaventata, tornando alla mia città natale in treno e scorgendo, fuori dai finestrini opachi di polvere e pioggia, capannoni e condomini nello stesso stato di quelli montanari.
Sì, non è la stessa cosa, sono la prima a riconoscerlo. So che non c’è alcun villaggio disabitato vicino a nessuna città, almeno non dalle mie parti. Anzi, le città costruite tutte in una volta ma in pianura hanno riscosso un certo successo: similmente al paesino di montagna ormai deserto, all’incrocio tra Adda e Brembo è stato costruito un pittoresco villaggio operaio ora patrimonio dell’Unesco, dove tutte le persone che mi conoscono sono state almeno una volta… In mia compagnia. A differenza del comune montanaro, comunque, questo è ancora frequentato, persino florido. E pochi chilometri ad est si trova un altro ambizioso progetto urbano “a misura di lavoratore”, che anche se è di costruzione molto più recente, ai miei occhi pare la stessa cosa: un curioso agglomerato di condomini, alberghi e larghe strade che si è mantenuto popolato principalmente in virtù delle infrastrutture e della presenza dell’ospedale. Oltreché dell’Atalanta, che personalmente non seguo, ma che ha il grande merito di animare la località in esame.
Mentre scendo dal bus, finalmente, mi chiedo come sono arrivata a pensare a Zingonia. Non è che sia strano da parte mia rimuginare sui luoghi in cui sono cresciuta anche quando dovrei concentrarmi su altro - ad esempio sullo sbrigarmi a comprare il biglietto della metro - ma oggi mi trovo particolarmente pensierosa.
Non avevo mai pensato al fatto che quando mancano gli uomini, o quando ce ne sono meno del solito, l’aria dei luoghi si fa strana. Scolorita e polverosa, credo. Ma soprattutto incredibilmente pesante. Non pesante nel senso che crea difficoltà a respirare; è una questione di sensazioni. Sì, assomiglia a ciò che provo quando leggo, online, un libro incompleto con data di ultimo aggiornamento risalente a sei anni fa.
Soprattutto se ha tanti commenti, ma tutti vecchi.
Certo che non è la stessa cosa: uno scrive nel tempo libero, e se una storia invecchia e non serve più, basta cliccare un bottone per cancellarla. Nessuno ha mai avuto, invece, l’hobby di costruire palazzi e città (almeno che non si tratti di videogiochi sandbox, è chiaro), probabilmente perché chi vorrebbe farlo non ha abbastanza fondi, e chi ha le liquidità necessarie o non ha tempo o non ha voglia di farlo. Eppure, nel mio cuore prende vita la stessa scomoda palpitazione, quando attraverso o leggo questi due tipi di cose.
Perciò se dovessi immaginare un universo parallelo in cui le cose sono sottosopra, io ora sarei in un cantiere a posare i sanpietrini di una strada che corre tra uno stupendo albergo modernista e un magnifico teatro liberty; mentre là fuori, nel mondo, un numero inquantificabile di uomini con la canottiera e le scarpe antinfortunistiche starebbe componendo dei testi, raccogliendoli in un tomo e dandoli fieramente alle stampe. In quello stesso universo, Italo Svevo sarebbe conosciuto per un magnifico condominio composto da tre edifici e Dante Alighieri si sarebbe consegnato alla gloria eterna costruendo una basilica delle dimensioni del Colosseo con le sue mani nude.
Una situazione a dir poco divertente, che ovviamente vedrebbe certe pubblicazioni esageratamente richieste e molte altre completamente neglette; che ci permetterebbe di riconoscere uno specifico libro come parte della famiglia, una proprietà privata che solo poche altre persone possono considerare tale.
A pensarci meglio, non cambierebbe nulla rispetto al mondo in cui viviamo. Un mondo nel quale gli oggetti, edifici o libri che siano, si logorano se molto utilizzati e ancor più se negletti. Un mondo in cui, in ogni caso, gli alberi vanno abbattuti.
... Che sia il caso di investire di più negli audiolibri?
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